La relazione di primavera, preludio della relazione morale di fine anno, vuole essere una lettera aperta ai presenti, non prima di aver fatto i doverosi quanto sentiti ringraziamenti a tutte le Autorità Civili, Religiose e Militari, che ci onorano da sempre della loro presenza e ci manifestano, ricambiate, la stima come Istituzione storica della sanità, in questo associando anche coloro che pur non potendo essere presenti hanno sentito di farci pervenire personalmente e indirettamente attraverso scritti la loro gradita vicinanza; un saluto ai festeggiati con i cinquantenni di laurea e ai giovani colleghi, accomunando ad essi i familiari dei festeggiati, con un sincero grazie per essere intervenuti.
In una città importante come Parma, ricordiamo la fruttuosa amicizia accademica con la mia città natale, Sassari, in cui è stato peraltro elaborato il primo Codice deontologico della professione medica nel lontano 1906.
L’Università Turritana ha avuto infatti l’onore di contribuire accademicamente a quella che fino agli anni Settanta è stata una delle migliori sanità italiane; il terzo nosocomio per numerosità di posti letto e qualità della medicina. Avendo in comune e in rotazione, Esperti di discipline di assoluto rilievo, Clinici e Chirurghi, Ricercatori e Capiscuola riconosciuti.
Solo per fare qualche nome illustre: Laurensich, Bufano, Porta, Marginesu e Sanna, Maione, interessando altre discipline come l’Anatomia Patologica, la Neurologia, l’Ortopedia, la stessa Chirurgia con la scuola di Malan (dalla Chirurgia vascolare alla Cardiochirurgia), la Ginecologia, solo come esempi incompleti, senza voler dimenticare altri autorevoli docenti e capiscuola condivisi.
Il rientro nel giro accademico è stato una costante degli ultimi dieci anni, riprendendo quell’idea di gemellaggio finalizzato alla rinascita di “Parma sanitaria”, in questo non certo aiutati dagli interventi tutt’altro che positivi della “Dotta”, a mia memoria, negli ultimi cinquant’anni.
Sul piano dell’aggiornamento abbiamo da poco concluso il nostro Convegno di primavera, incentrato sulla Previdenza alla presenza dei vertici nazionali dell’ENPAM, considerando tale aspetto non secondario per una prospettata, quanto sperata, perequazione di una parte rilevante dei medici del SSN, oggi discriminati intesi come operatori di salute e non certo principali e veri attori.
Si è anche trattato dell’attualità dell’innovazione IA-mediata in sanità, di cui parliamo da almeno un lustro da un punto di vista etico. Prendendo ad esempio quanto avviene negli USA, frutto anche di un’intensa saggistica della scorsa settimana del Journal of American Medical Association. Di quella California, uno dei centri, con la Cina, di alto sviluppo della softweristica mondiale.
Da cui il tentativo odierno di “robotizzare l’assistenza” che così com’è non rientra nei piani etici attraverso la cura autonoma e praticamente si va a delineare un preoccupante viraggio delle scelte verso l’esperienza del Virtual hospital e dei Virtual doctors, attualizzato nei progetti avanzati americani e della Cina, con riferimento alla straordinaria esperienza “dell’Università di Tsinghua” nel Distretto di Haidian a Pechino.
Attuandosi un nuovo rapporto uomo-macchina in tema di salute, in assenza dell’Human Doctor, al di fuori del dovuto controllo umano dell’IA.
Da cui le esperienze nostrane, in coming di Viareggio e di Como e Cosenza, queste due in fieri.
Il richiamo agli USA non ci esime, però, da considerazioni generali, collaterali e di merito, sugli accadimenti bellici che assottigliano sempre più il filo della pace già reso esile da chi vi gioca coi destini umani; inermi di fronte alla tragicità degli eventi che tocca fortemente le coscienze unite nel disprezzo delle inusitate violenze. Ci coinvolge come medici ancor prima che come comuni cittadini.
Di per sé è ancor più inquietante l’insulsaggine espressiva dei vertici statunitensi, irriguardosa, quanto ignobile nei toni e nei contenuti, verso l’Autorità morale che, nel Magistero della Chiesa, ha espressioni e azioni di pace; ancor più offensive non solo verso i credenti e verso i laici che le condividano.
I problemi emergenti riguardano la professione e sono crescenti; essi rientrano nella anomala e incompleta comunicabilità a vari livelli, espressione dei rapporti difficili fra attori e coattori del sistema dei valori e delle relative, compiute, competenze.
Come pure vi sono momenti di forte disappunto su scelte che toccano le coscienze come lo sono quelle del fine vita, su cui pesano le decisioni in autonomia di talune Regioni come la nostra. Ne è esempio recente quello della suicidarietà, con posizioni non sempre coerenti di cui apprendiamo solo tardivamente: ne è esempio recente quella locoregionale, a seguito della sentenza 242/19 e le successive pronunce di merito della Corte costituzionale, sempre in assenza di legislazione guida nazionale.
È chiaro che non possiamo sottacere all’inadempienza legislativa e progettuale nel non dar corso a leggi da anni vigenti e limitatamente attuate sulla palliazione e terapia del dolore che l’attuale revisione nazionale e regionale, in risposta, si dimostrano efficaci pur intempestive. La risposta al Decreto delega al Governo per l’organizzazione e potenziamento dell’assistenza, non ci pare, comunque, esaustiva. Ne è conseguente la riflessione sulle necessità di nicchia delle disposizioni e dei reali presupposti dai forti connotati sociopolitici.
Ogni medico deve seguire uno ed un solo valore: salvaguardare la salute. Che è, poi, preservare la vita e assicurare vicinanza e non l’abbandono a chi versi in situazioni irrimediabili, senza che sia un freddo gesto ispirato solo da una, “formale” pur humana, pietas.
Lo prevede il nostro Codice deontologico ed è quanto come Presidente della Consulta deontologica nazionale fu detto in audizione parlamentare.
Siamo consapevoli ma non approviamo l’adagio che il lavoro medico sia un tema politicamente divisivo, ma siamo convinti che a prevalere sia la volontà di trovare il giusto valore delle diversità professionali, riconoscendo quella medica fin troppo dimenticata dalla politica.
Come pure considerare che, nella nostra tavolozza della salute, i colori di base debbano sempre essere due, il bianco e il rosso: quelli della croce della sanità su quel bianco del camice del medico. Colore che, richiamandoci alla fisica, racchiude l’intero spettro del visibile e, allegoricamente, l’intera collettività. Lasciare che altre figure lo indossino, genererebbe nella cittadinanza non solo confusione di ruoli e funzioni.
L’attuale visione delle professioni indifferenziate porterebbe alla memoria l’allegoria della “voga” del ventennio scorso, dell’armo otto “con” in preparazione per le selezioni olimpiche. Quando, dopo le prime gare infruttuose, fu trovata la soluzione di sostituire via via i rematori per le gare successive con ulteriori timonieri; chiamati per affinare le strategia di voga, sono risultati inutili ad incidere sulle motivazioni dei fallimenti, Se fosse un concetto applicato alla nostra sanità, constateremmo che i risultati non si raggiungono con tanti timonieri, pur dotti, ma con i “necessari e competenti” rematori.
Il ruolo degli Ordini ci porta alla considerazione che molto è cambiato dal lockdown Covidiano caratterizzato da DPCM emergenziali. Si è voluto stendere un velo sull’impegno civile dell’Ordine, con presenza e interventi volutamente non propagandati, con una disponibilità quotidiana per oltre un anno e mezzo, in relazione alle esigenze, misconoscendone quanto fatto.
Se ne parla oggi per la Memoria di quei medici parmigiani dimenticati che ci hanno lasciati per il Covid e di chi ha rischiato la vita, anche al nostro interno. Non posso esimermi dal farlo, Non è riconoscenza, assai rara in sanità, ma di onesto ricordo, gratuito e intitolato, doveroso nel parco delle rimembranze parmigiane.
Di quel lungo periodo pandemico ci sono rimasti dei lasciti legislativi, del “provvisorio declinato come definitivo”, ponendoci di fronte al dubbio se l’emergenza sia davvero finita.
Il riferimento è a quei medici extracomunitari e comunitari giunti in soccorso dei medici italiani in lockdown, senza che le loro lauree conseguite all’estero fossero verificate. Premiati con contratti limitati nel tempo ma molto ben retribuiti a dispetto degli stanziali. Privi di ogni controllo sui titoli conseguiti e sulle capacità lavorative, sono stati posti fuori dal controllo anche degli Ordini.
A fronte dei dubbi segnalati alle regioni si hanno avute le risposte per altra via, dopo essere stati considerati inopportuni e privi di competenze in materia, da taluni amministratori “diversamente solerti”. L’implicita risposta è venuta dalla scoperta in Gallura di un “presunto medico straniero” avvezzo all’uso di tenaglie e martello e non del fonendoscopio. Era, a quanto pare, un «carpentiere» prestato, per così dire, alla medicina. Materiale più adatto a una novella di Franz Kafka e, comunque, motivo di attenta riflessione a più livelli.
La peculiarità Medica ci porta alla considerazione che i medici manchino come forza attiva e non certo numericamente e sarà ancor più evidente lo spettro della disoccupazione fin dal prossimo quadriennio.
Ne sarà causa, possibile e ulteriore, l’uso indiscriminato dell’IA che, qualora non governata, creerà questi e ben altri problemi. Lo diciamo da anni. E sarà nuovo motivo della crescita delle liste di attesa con l’appropriatezza in mani estranee.
Se i medici succitati o altre figure surrogate eseguissero le prestazioni solo in telemedicina e in un Agent Hospital dai letti e personale virtuali, dovremmo chiederci se siamo davvero pronti alla transazione dell’umano al transumano e al post umano, oltre i limiti biopsicologici, in virtù del passaggio dal compromesso al cambiamento, determinato dai grandi risparmi di cura in un’ospedalizzazione virtuale domiciliarizzata.
Però, in questa fase di precoce transizione occorre certezza che siano prerogative esclusive il ruolo e la funzione del medico, rispettoso delle innovazioni “pro bono”, unendo IA e Medical Humanities.
Il consenso e l’atto medico non devono destare dubbi o barricate dai molteplici colori: sono prerogative specifiche non delegabili. Lo scrissi già nei lavori di Consulta nel 2013 e lo declinai negli articoli 3 e 13. Il primo, denominato Atto medico, per opportunità “politica”, divenuto “Doveri del medico” ma ancor oggi entrambi racchiudono la sintesi dell’agire del medico.
È necessario, per questo, avere una categoria coesa, facendo quadrato per un giusto e adeguato finanziamento, con risorse dedicate e una decorosa retribuzione dei medici, anche e non solo del SSN, quest’ultimi, salvo pochissime eccezioni, fin troppo trascurati e talvolta umiliati.
Dobbiamo remare tutti e tutti insieme a difesa della salute col coraggio dell’essere rematori: è la mia considerazione del cinquantennio professionale appena raggiunto, con la ferma volontà di difendere la professione.
Con l’obiettivo prioritario della salute collettiva da raggiungersi nell’organizzazione che tenga conto delle reali pertinenze; in questo anche con i media, quali attenti catalizzatori del bene comune e dei rapporti di colleganza sociale.
Facendo appello alle Istituzioni, alle forze sociali della categoria e ai medici prestati alla politica, sempre assoggettati alla deontologia pur nell’esercizio del nuovo ruolo e funzione, rifiutiamo ogni erroneo convincimento che la responsabilità delle liste d’attesa ricada interamente sul medico.
In questa Festa, oggi, del Medico dedico un profondo pensiero ai Colleghi di ieri, di oggi e di domani. Questa speciale giornata porta alla chiara e inequivocabile consapevolezza del vero valore del medico che eserciti nella cooperazione con collaborazione di altre importanti figure non mediche, seguendo le regole di “contatto” umano e umanizzato, anche con i colleghi, sempre per il bene della persona assistita.
A voi giovani colleghi questo si ricorda, dopo aver fatto l’atto solenne e ufficiale del Giuramento, di vivere eticamente la professione, ligi a quel Codice deontologico che ne segna il cammino.
Da qui l’augurio che siate quei medici preparati e rassicuranti; ricordando che la vostra responsabilità è essere capaci ed umili nel servizio per gli altri; dimostrando nei fatti, e in ogni momento, d’essere Veri medici, sempre disponibili e non figure prive di sentimento e umanità sedute davanti ad un monitor. Non dimenticatelo.
Siate la soddisfazione dei vostri genitori, orgogliosi d’avervi come figli. Fatevi valere, a testa alta e schiena dritta, in onestà intellettuale.
Con ciò a voi Tutti il mio augurio sincero, a nome dell’intero Consiglio e come Presidente del vostro Ordine in rappresentanza degli oltre 4500 medici di questa provincia. Vi ringrazio.

