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Editoriale del Presidente Muzzetto dopo i fatti di Ravenna: “Un segnale mortificante anche nel principio del diritto alla difesa e all’immagine indotta di una “incolpevole” colpevolezza”

All’interno di questo editoriale troverete le parole del Presidente Pierantonio Muzzetto dopo i recenti fatti riguardanti l’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna, dove il reparto di Malattie Infettive è stato perquisito nel quadro di un’inchiesta penale. Le indagini riguardano alcuni medici e puntano ad accertare l’eventuale irregolarità di certificati medici rilasciati a favore di cittadini extracomunitari irregolari, in vista del loro accompagnamento ai CPR (Centri di permanenza per i rimpatri). All’interno della sua dissertazione il Presidente ha ripreso alcuni concetti che già erano emersi nel lontano 2009. Di seguito riportiamo il testo integrale, intitolato: “Un segnale mortificante anche nel principio del diritto alla difesa e all’immagine indotta di una “incolpevole” colpevolezza”.

I fatti del 12 febbraio, per l’indagine della Procura riguardante i certificati rilasciati da sei medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna, ritenuti falsi o impropri finalizzati a impedire il rimpatrio di migranti irregolari nei paesi di origine, hanno lasciato interdetti. Come è cresciuta la perplessità nel venire a conoscenza dalla stampa dei fatti, con una procedura istruttoria adottata per le perquisizioni effettuate dalla polizia giudiziaria in ospedale, motivata da una sorta di “resistenza” burocratica con certificati attestanti le condizioni di salute di migranti irregolari incompatibili con il rimpatrio, verosimilmente riferendosi alle procedure di trasferimento in Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Vasta ne è l’eco e cresce parimenti lo sdegno del mondo medico. Anche per una valutazione collaterale che mette ulteriormente in discussione la considerazione del ruolo e la funzione del medico, chiamato alla tutela della salute nella sua autonomia della valutazione clinica, finora mai messe in discussione. Rientrano gli aspetti delle responsabilità e dell’agire in scienza e coscienza secondo i principi codicistici e anche della saggistica cassazionistica che ben li definisce in molteplici sentenze in tema di responsabilità medica, così da farne giurisprudenza. Nella valutazione di merito occorre tenere conto che il medico agisce sullo stato di salute della persona che necessita di cura, e di fatto svolge un “fondamentale e peculiare” ruolo di garanzia. Ciò, a prescindere da chi sia e da dove provenga, divenendo eticamente insopportabile pensare di trasformare l’atto medico in atto giuridico, etero indotto o eteroguidato. Fugando scontate quanto improponibili giustificazioni altrui, si hanno forti perplessità che, riguardo i fatti ravennati, si tratti di reati plurimi di falsità ideologica di cui si sono macchiati i medici degli Infettivi di Ravenna, e, qualora confermata, nel rispetto in ogni caso del diritto della difesa da sempre garantito, si avrebbe un ben altro decorso. Ma per l’andamento dei fatti l’indignazione non è certo sopita ma accresciuta nel merito e nel metodo. Ciò non ci esime, però, dal ricordo. Era l’anno 2009, quando era stata avanzata la proposta di inserire nel “decreto Sicurezza”, che allora si andava ad approvare, la modifica dall’art. 35 del TU Immigrazione (Dlgs 286/1998) con l’abolizione del divieto di segnalare gli stranieri non in regola, “c.d. irregolari”, fino ad allora tutelati con la garanzia della loro assistenza e cura a livello ospedaliero e ambulatoriale. In quel frangente giova ricordare come la FNOMCeO avesse vigilato e fosse intervenuta in modo doveroso, scongiurandone l’approvazione. Si trattò della resistenza dei medici, di tutti i medici, contro un attacco all’etica medica, ovvero ai principi della professione. Allora fu chiara la motivazione della categoria, secondo cui la deontologia professionale obbliga a curare chiunque ne abbia bisogno in virtù anche della nostra Costituzione, col garantire la salute come diritto fondamentale, secondo il principio codicistico che si riassume in quel quisquis eget, hic recepi debet, chiunque abbia bisogno qui viene accolto. Rispondendo al principio che declina, di fatto, l’atto medico nel 3° articolo dell’attuale Codice deontologico medico, ancor oggi, quel principio è ancora vigente anche legislativamente, con garanzia di diagnosi e cura dell’emigrato, in qualsiasi ruolo sia presente nel nostro Paese. Ciò ci induce ad opporsi con assoluta fermezza alle non accettabili manifestazioni sfociate in dichiarazioni estemporanee di parlamentari anche d’alto rango, così da farci ricordare senza pericolo di smentita, che la funzione di garanzia sopra richiamata, non è una constatazione estemporanea che possa essere ricordata solo in determinate situazioni, non sempre favorevoli al medico. Ma, quello dello stato di salute che sia rilevata oggettivamente per competenza e la sua certificazione, redatta in scienza e coscienza, rappresentano un valore costituito e un dovere nei confronti della persona, intesa come singolo e come collettività, richiamando le Istituzioni alla salvaguardia dei suoi diritti fondamentali, indipendentemente da chi ne sia direttamente interessato. Con la stessa fermezza con cui si rileva la competenza del medico certificatore di quanto osservato e valutato direttamente, si delinea la veridicità quale pilastro fondamentale dell’etica medica e del diritto sanitario nel nostro Paese, fondato sul dovere di giusta informazione, di trasparenza e di lealtà verso ogni paziente. Un obbligo, quello della verità, non solo per norma deontologica, ma quale prerequisito essenziale per ogni atto, riconoscendo il medico legalmente e deontologicamente responsabile della qualità e veridicità delle certificazioni, come pure giustamente perseguibile quando menzognero. Questo è il passaggio nodale: l’etica del professare in tutti i campi e nei confronti di chiunque, da perseguire in modo finalistico, avente come obiettivo cardine la beneficialità di ogni atto. Né risulta conveniente, a questo proposito, invocare una sorta di precettazione del medico, pubblico ufficiale in stato di militarizzazione, in quanto lo stesso Codice deontologico non contempla in tempo di pace posizioni di dipendenza dalle norme regolatorie e d‘ingaggio della politica; ad onore del vero nemmeno in tempo di guerra si prevedrebbe un comportamento del medico militare estraneo ai principi etici della deontologia medica nei confronti anche della comunità civile. Il discorso si allungherebbe nel considerare le politiche non sempre favorevoli al medico e mai si vorrebbe che certe situazioni così fuorvianti possano portare a decisioni politiche non in linea coi principi etici della medicina che noi, oggi, fortemente difendiamo. Salvo constatare, come troppo spesso ci si trovi a rincorrere gli eventi, in questo caso deprecabili, senza che si operi ad una reale prevenzione e alla tutela della professione: senza, cioè, che si sia agito in modo da coinvolgere l’intera categoria in un dibattito costruttivo da parte del mondo medico istituzionale. Tutto ciò ci fa dire, senza pericolo di smentita, che proprio in relazione alla garanzia di tutela sanitaria si abbia a operare in modo da riconoscere una volta per tutte la figura del medico, cui compete espressamente la tutela della salute collettiva, secondo i principi etici della professione e nel rispetto di quelli costituzionali, considerando sempre il paziente, una persona da non abbandonare, anche se migrante e pur in presenza di difficoltà oggettive. Il reiterarsi di queste situazioni non fa altro che provocare in noi un forte sentimento di sdegno. I medici che credono nella loro funzione e ruolo sociale, e non solo professionale, devono rialzare finalmente la testa, togliendosi di dosso il peso di un fare politico non certo dalla vista lunga”.

Il Presidente

Pierantonio Muzzetto

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